Ma anche storie tragiche, come la notte del 7 gennaio 1388 quando il vento fece grandissimo danno sopra i coperti del Comune di Bergamo; o, ancora, nel marzo 1797 quando sono i rintocchi della Torre Civica a invitare i cittadini a festeggiare la fine del dominio veneto e l'erezione dell'albero della libertà, evento trasmesso alle cronache dal "campanaro del Campanone", Michele Bigoni.
Storie quotidiane, ovvero quando i perentori e ripetuti rintocchi serali ricordano agli abitanti che le porte d'ingresso della città stanno per essere chiuse.
Ancora oggi, tutte le sere alle ore 22, un centinaio di rintocchi ricordano quel tempo.
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| Bergamo vista da Nord con le sue innumerevoli torri - Secolo XIII |
| Pianta della città medioevale, con il tracciato delle mura, XIII sec. (ricostruzione di L. Angelini, 1950) |
"Non pensiamo certo di ripetere la lunga storia di quelle “cento torri” di cui abbiamo già trattato in altra pubblicazione, ma ci piace sostare invece sulle origini e le vicende di quella che, per noi bergamaschi, è veramente la “Torre” per eccellenza, la “ Torre Civica”, quella che in sostanza nella stupenda Piazza Vecchia tiene un posto da protagonista.
Il suo profilo austero che, rude e netto, si staglia sul cielo, nel centro ideale e reale del complesso urbanistico della Bergamo antica, assume il valore di simbolo di tutte le virtù di nostra gente. Diremo della Torre Civica, come dell’unica rimasta, fra le tante, che ancora assolve al suo compito eminentemente rappresentativo e storico, poiché assomma in sé molti secoli di vita cittadina, di cui fu solenne testimone nel corso dei secoli.
Dagli eruditi è ritenuta costruzione anteriore al Mille e certamente per esclusivo uso bellico, ma passata poi ai Suardi, durante le tremende lotte che funestarono la città negli anni 1141, 1179 e 1185, e più tardi ancora nel 1206, forse per forza d’armi o per concessione dello stesso Vescovo, nell’intento di bilanciare alquanto le forze dei due opposti partiti.
Quando poi verso la fine del XII secolo per le aumentate esigenze della Amministrazione civile e politica del comune si addivenne alla elezione del Podestà, che naturalmente doveva essere al di fuori e al di sopra di ogni partito; questo, dopo la sua prima sistemazione in case private, prese alloggio nella ex “domus Suardorum” e da ciò la necessità che la torre divenisse, come divenne, libera proprietà del comune.
Del resto ciò era ben naturale se si consideri che già nel 1222 Bergamo, secondo quanto praticato anche in città vicine, nell’intento di por fine alle lotte interne, aveva perentoriamente obbligato con minacce di gravi pene, tutti coloro che possedessero comunque torri o fortilizi, a farne la consegna al comune.
Fino al 1486 la sommità della torre terminava con quattro bassi piloni sormontati da un tecchiame a travi, ma il 7 settembre dello stesso anno, mentre si suonava a festa per la Natività di M. V. e si facevano fuochi di letizia, si appiccò la fiamma al tetto che in breve andò distrutto con il castello delle campane.
Il Consiglio Civico fece tosto restaurare la torre, disponendo però che la sommità venisse terminata con arcate in pietra (1).Nel 1550 si volle dai cittadini che fosse effettuato un notevole rialzo che consentisse fra l’altro di meglio diffondere il suono delle campane (2). A quel tempo era architetto del comune Bartolomeo Maffeis di Ponte S. Pietro, detto “Morgante”, che assunse anche l’appalto delle opere relative al prezzo convenuto di lire 24 imperiali “al cavezzo”, restando obbligata la città alla fornitura di pietrame, calce, sabbia, ferramenta e legnami a piè d’opera ed i cosiddetti andegari con i ponti relativi.
I lavori duravano ancora nel 1552 allorché venne a morire il Morgante ed a lui successe il Cinelli.
Ma l’idea di tale coronamento parve poco adatta ad una torre di pretto carattere militare, e trovò molti oppositori, tanto che il comune con decreto del 1600 stabilì di sostituire un parapetto di ferro tutto attorno alla cupola centrale in luogo della balaustrata e gli stemmi, già eseguiti da Comino Giorgi di Gorlago, restarono inutilizzati.
Altra modifica si ebbe nel 1639 allorché sopra di alta base venne elevata, in cima alla torre, la statua in rame del protettore S. Alessandro e la superficie tutto attorno a sua volta venne coperta con solide lastre di piombo. Nella notte del 25 giugno 1681 un violento incendio, che si disse provocato dal fulmine, distrusse la statua e le lastre di piombo caddero liquefatte tutto attorno. In tale luttuosa circostanza si ebbe bell’esempio di coraggio da parte di taluni cittadini accorsi animosamente per cercare di circoscrivere il danno e di ricuperare il piombo fuso.
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| Del XVII secolo è la copertura con lastre di piombo della sommità della torre |
Con opportune deliberazioni del 1681, 1685 e 1687 si provvide ad una solida protezione della sommità facendo uso di tegole e mattoni fortemente immurati e solo in questi ultimi anni si ebbe la costruzione dei quattro merli angolari di forma guelfa.
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| Piazza Vecchia, 1812. La merlatura guelfa non è ancora stata costruita |
Né altri danni subì la nostra bella torre se non quelli consacrati nella cronaca della breve dittatura Camozzi, nel marzo 1849. Annota infatti Giuseppe Locatelli-Milesi: “Altra (palla di cannone) colpì il castello de le campane della Torre Comunale il 26 marzo, portò via metà zocco della seconda campana e finì a fracassarsi contro la banca del Campanone, formandovi dentro ampia buca. Una seconda palla da cannone entrò per la piccola finestra della stanza al secondo piano, abitata dal custode della torre, mise tutto sossopra, ne bucò il pavimento e cadde nel corridoio dell’ex Tribunale. Una terza andò a battere sulla mostra dell’orologio fra i numeri IX e X e di rimbalzo cadde scavando una buca presso l’atrio dell’ex Civica Biblioteca”.
Si tratta delle cannonate che gli austriaci sparavano dalla Rocca sulla città in rivolta.
Altre disavventure la torre non ebbe più, se non quel tanto di deperimento ben naturale in una mole di sì antica origine.
Molto recentemente la Civica Amministrazione fece eseguire opere conservative rese necessarie ed in tale occasione si provvide molto opportunamente alla installazione di un moderno ascensore, per consentire ai visitatori di salire fino alla terrazza (3).
Lo splendore del paesaggio che si gode da lassù è cosa invero stupenda ed esaltante. Solo un poeta potrebbe degnamente fissarne le immagini. Pur nella convulsa rapida vicenda quotidiana, quasi tutte le ore della giornata sono scandite dalla voce grave del “Campanone”, o della “Meridiana”, incastellate lassù sulla Torre Civica.
Ore liete, talvolta anche ore tristi, ricorrenze civili, o solennità sacre, avvenimenti eccezionali, od anche solo il ritmo del lavoro, hanno in quel suono il richiamo solenne, ammonitore della velocità e preziosità del tempo.
Più volte ci siamo chiesti: come e quando avvenne che la Torre Civica potesse avere una sua voce? Ricercando fra gli antichi nostri documenti ci fu dato averne qualche notizia. Finché la torre fu di ragione privata, è certo che non vi si collocarono campane. Ma già ai tempi di Giovanni Visconti la sommità della stessa venne munita di cella campanaria per uso della città, e vi si accedeva per una scala applicata esternamente poi distrutta dal memorabile turbine del 1389.
Se ne ha notizia in quanto appunto per l’avvenuto crollo della scala le campane non poterono poi essere suonate durante la cerimonia di presa di possesso della città da parte del Visconti che vi aveva mandato Antonio Porro.
Sappiamo anche che in alcune disposizioni di carattere annonario, comprese negli statuti del 1237, era fatto cenno di taluni suoni di campana, il che lascerebbe supporre che sulla torre esse vi fossero già attorno al 1200.
Dopo il ricordato incendio del 1486, sulla torre fu posto il campanone fuso da “Biccherino d’Averara” del bel peso di kg 2800; campana che non ebbe lunga vita, poiché l’anno dopo il suo collocamento dovette essere rifusa da G. Battista Zonca.
Ma l’imperfezione tecnica della prima fusione obbligò ed eseguirne subito altra che ebbe luogo in Sant’Agostino. Nel marzo 1507 il comune disapprovò una campana allestita dal Sammartino di Clusone ed anche lui la dovette rifondere nel 1508 nel convento dei Carmelitani e sotto la sorveglianza di un certo Mastro Michele Inglese, già autore di altre campane, fra cui quella maggiore che dovette essere levata dalla torre nel 1515, si dice, per imposizione dell’Anguillara. A Tommaso de’ Conti venne poi affidato l’incarico di sostituirla.
Nel 1520 altre campane vennero fuse da Bartolomeo Casari da Salò e nel 1529 né vennero accollate due a Felice Solario, agente di una compagnia francese. Ma anche questa compagnia pare non avesse soddisfatto le esigenze dei bergamaschi, poiché le stesse vennero nuovamente affidate per la rifusione a Marino e Pietro Fanzago da Clusone, con scrittura 23 agosto 1557 nella quale era stabilito il peso di kg 4750 per l’una e di kg 6000 per l’altra.
La più grossa si ruppe il 22 maggio 1810 allorché alcuni scalmanati la fecero suonare per una intera giornata per festeggiare la nascita del Re di Roma.
Venne rimossa nel 1848 e venduta al fonditore Monzini nel 1852; prima però che la bella campana venisse distrutta, persona amante delle cose patrie ne rilevò le parole che vi stavano incise tutto attorno. Nel giro più alto, in caratteri gotici, era scritto in rilievo: Vox mea cunctorum terror est daemoniorum Laudo Deum verum plebem congrego clerum Defunctos ploro, pestem fugo, festa decoro.
Nei quattro cartigli che stavano tutto attorno: 1 - Increatus Pater - Increatus Filius - Increatus Spiritus Sanctus. 2 - Christus regnat - Christus imperat - Christus vincit - Christus ab omni nos defendat. 3 - Antonius Marinus de Fanzaghis de Clusone fecit. 4 – 1558.
La campana maggiore, detta per antica consuetudine “il campanone”, ebbe tutta una serie di controversie e di rifacimenti prima di essere accettata dal comune che ne aveva affidato l’incarico a Bartolomeo Pesenti. L’ultima e definitiva fusione avvenne il 23 marzo 1656, ed il “campanone” venne poi benedetto nel 1658 dal Card. Gregorio Barbarigo recentemente salito all’onore degli altari.
Secondo un’errata notizia del Calvi la mole sonora sarebbe di “mille pesi” e tale notizia è stata comunemente accettata e tramandata da molti studiosi, ma ciò non è, poiché non si è da alcuno tenuto conto del calo normale che si verifica durante l’operazione di getto, in realtà si tratta invece di 680 pesi.
Bellissimo il distico che vi è inciso, ideato dal Sac. Viscardi, già prevosto di Verdello; dice: Funebria - nubila - cives - laeta - dies - horas - defleo - pello - voco - concino - signo - noto.
Sappiamo anche che in alcune disposizioni di carattere annonario, comprese negli statuti del 1237, era fatto cenno di taluni suoni di campana, il che lascerebbe supporre che sulla torre esse vi fossero già attorno al 1200.
Dopo il ricordato incendio del 1486, sulla torre fu posto il campanone fuso da “Biccherino d’Averara” del bel peso di kg 2800; campana che non ebbe lunga vita, poiché l’anno dopo il suo collocamento dovette essere rifusa da G. Battista Zonca.
Ma l’imperfezione tecnica della prima fusione obbligò ed eseguirne subito altra che ebbe luogo in Sant’Agostino. Nel marzo 1507 il comune disapprovò una campana allestita dal Sammartino di Clusone ed anche lui la dovette rifondere nel 1508 nel convento dei Carmelitani e sotto la sorveglianza di un certo Mastro Michele Inglese, già autore di altre campane, fra cui quella maggiore che dovette essere levata dalla torre nel 1515, si dice, per imposizione dell’Anguillara. A Tommaso de’ Conti venne poi affidato l’incarico di sostituirla.
Nel 1520 altre campane vennero fuse da Bartolomeo Casari da Salò e nel 1529 né vennero accollate due a Felice Solario, agente di una compagnia francese. Ma anche questa compagnia pare non avesse soddisfatto le esigenze dei bergamaschi, poiché le stesse vennero nuovamente affidate per la rifusione a Marino e Pietro Fanzago da Clusone, con scrittura 23 agosto 1557 nella quale era stabilito il peso di kg 4750 per l’una e di kg 6000 per l’altra.
La più grossa si ruppe il 22 maggio 1810 allorché alcuni scalmanati la fecero suonare per una intera giornata per festeggiare la nascita del Re di Roma.
Venne rimossa nel 1848 e venduta al fonditore Monzini nel 1852; prima però che la bella campana venisse distrutta, persona amante delle cose patrie ne rilevò le parole che vi stavano incise tutto attorno. Nel giro più alto, in caratteri gotici, era scritto in rilievo: Vox mea cunctorum terror est daemoniorum Laudo Deum verum plebem congrego clerum Defunctos ploro, pestem fugo, festa decoro.
Nei quattro cartigli che stavano tutto attorno: 1 - Increatus Pater - Increatus Filius - Increatus Spiritus Sanctus. 2 - Christus regnat - Christus imperat - Christus vincit - Christus ab omni nos defendat. 3 - Antonius Marinus de Fanzaghis de Clusone fecit. 4 – 1558.
La campana maggiore, detta per antica consuetudine “il campanone”, ebbe tutta una serie di controversie e di rifacimenti prima di essere accettata dal comune che ne aveva affidato l’incarico a Bartolomeo Pesenti. L’ultima e definitiva fusione avvenne il 23 marzo 1656, ed il “campanone” venne poi benedetto nel 1658 dal Card. Gregorio Barbarigo recentemente salito all’onore degli altari.
Secondo un’errata notizia del Calvi la mole sonora sarebbe di “mille pesi” e tale notizia è stata comunemente accettata e tramandata da molti studiosi, ma ciò non è, poiché non si è da alcuno tenuto conto del calo normale che si verifica durante l’operazione di getto, in realtà si tratta invece di 680 pesi.
Bellissimo il distico che vi è inciso, ideato dal Sac. Viscardi, già prevosto di Verdello; dice: Funebria - nubila - cives - laeta - dies - horas - defleo - pello - voco - concino - signo - noto.
Durante l’ultima guerra, anche il “Campanone” ebbe le sue vicende e corse seri pericoli allorché si pensò di fonderlo per usarne il metallo a scopo bellico. Ci furono concitati e memorabili interventi di cittadini, a palazzo Frizzoni, e qualcuno ricorda ancora un accorato appello di Mons. Locatelli perché la storica e monumentale campana venisse risparmiata; infatti in sua vece venne rimossa la “meridiana”. Questa era la parente prossima del “Campanone” ed aveva la stessa età. Nel 1951 venne issata ancora alla sua aerea sede.
Nella Torre Civica si compendia gran parte della storia di Bergamo; essa fu testimone dei grandi rivolgimenti politici degli ultimi secoli, e con la voce delle sue campane e più ancora con quella grave e profonda del “Campanone” prese parte ai giorni di lutto e di letizia che si avvicendarono nella vita del nostro popolo forte e fiero.
Il suono del Campanone chiamava a raccolta i cittadini per le solenni ricorrenze civili, storiche e religiose, annunziava l’ingresso dei Magistrati e dei Vescovi, le riunioni del Maggior Consiglio, inneggiava alle glorie militari ed alle vittorie dei bergamaschi. Commentava col suo rimbombo anche i luttuosi avvenimenti, le pestilenze, le carestie e solennizzava le funebri onoranze rese ai più degni e grandi cittadini.
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| Traslazione delle salme di Donizetti e Mayr, 1875 |
Ancor oggi la voce amica del Campanone accompagna nelle sue varie fasi la giornata del lavoratore, segna la fine della sua fatica ed a tarda sera con i cento gravi rintocchi che si spandono solenni nel silenzio che avvolge la città e le terre vicine, segna l’ora del riposo".
Il testo (escluse le note e le didascalie alle immagini) è tratto da: Tancredi Torri, “Origini della Torre Civica”, Piazza Vecchia in Bergamo, Bolis, Bergamo, 1964, pagg. da 14 a 22.
NOTE
(1) E' la sera del 7 settembre 1486 quando «Facendosi fuochi di allegrezza sopra la torre maggiore della città per l'occasione della festa della Natività di Maria sempre Vergine s'accese il fuoco nel tetto della torre, che era di legno, con tal splendore et fiamma, che tutta la città si illuminava». Dovendo ricostruire almeno in parte le arcate superiori, il Municipio decide di costruire un nuovo sopralzo
(2) Nella seconda metà del '500 vengono realizzati dal magister Bartome Cattaneo detto Morgante un secondo sopralzo e una nuova cella campanaria, mentre al bolatore della città Giovanni de Grigi è affidato il contratto per il rifacimento dell'orologio (horologio novo).
(3) Nel 1960, per poter realizzare l'ascensore, vengono eseguiti tagli alle murature alla base e demolite le volte antiche.
Link
Fondazione Bergamo nella Storia

























































