14/03/12

Il "Campanone", la Torre Civica di Bergamo



E' all'ombra della Torre Civica (il Campanone) che, per quasi un millennio, Bergamo vive i suoi momenti più importanti: storie di festa, come quando le proprie campane chiamano a festeggiare il patrono di Bergamo o annunciano la visita di imperatori, podestà o del generale Giuseppe Garibaldi.
Ma anche storie tragiche, come la notte del 7 gennaio 1388 quando il vento fece grandissimo danno sopra i coperti del Comune di Bergamo; o, ancora, nel marzo 1797 quando sono i rintocchi della Torre Civica a invitare i cittadini a festeggiare la fine del dominio veneto e l'erezione dell'albero della libertà, evento trasmesso alle cronache dal "campanaro del Campanone",  Michele Bigoni.
Storie quotidiane, ovvero quando i perentori e ripetuti rintocchi serali ricordano agli abitanti che le porte d'ingresso della città stanno per essere chiuse.
Ancora oggi, tutte le sere alle ore 22, un centinaio di rintocchi ricordano quel tempo.

Bergamo vista da Nord con le sue innumerevoli torri - Secolo XIII

 Pianta della città medioevale, con il tracciato delle mura, XIII sec. (ricostruzione di L. Angelini, 1950)

"Non pensiamo certo di ripetere la lunga storia di quelle “cento torri” di cui abbiamo già trattato in altra pubblicazione, ma ci piace sostare invece sulle origini e le vicende di quella che, per noi bergamaschi, è veramente la “Torre” per eccellenza, la “ Torre Civica”, quella che in sostanza nella stupenda Piazza Vecchia tiene un posto da protagonista.

 La Torre Civica fu fatta erigere dalla nobile famiglia bergamasca dei Suardi-Colleoni, come parte di un complesso fortificato che riveste un forte significato simbolico oltre ad avere una funzione di difesa e di offesa

Il suo profilo austero che, rude e netto, si staglia sul cielo, nel centro ideale e reale del complesso urbanistico della Bergamo antica, assume il valore di simbolo di tutte le virtù di nostra gente. Diremo della Torre Civica, come dell’unica rimasta, fra le tante, che ancora assolve al suo compito eminentemente rappresentativo e storico, poiché assomma in sé molti secoli di vita cittadina, di cui fu solenne testimone nel corso dei secoli.

Dagli eruditi è ritenuta costruzione anteriore al Mille e certamente per esclusivo uso bellico, ma passata poi ai Suardi, durante le tremende lotte che funestarono la città negli anni 1141, 1179 e 1185, e più tardi ancora nel 1206, forse per forza d’armi o per concessione dello stesso Vescovo, nell’intento di bilanciare alquanto le forze dei due opposti partiti.

 Nonostante la suddetta affermazione,  ricerche recenti datano la prima costruzione della Torre Civica al XII secolo, in un’area edificata in epoca romana: l'edificazione della torre ha comportato la parziale rimozione delle murature e dei depositi archeologici preesistenti. E' visibile la seconda risega di fondazione del lato Sud
  
Nello statuto del 1248 è fatto cenno di questa torre e più tardi nel 1263 è ancora ricordato il “… sedumen turris novae in quo habitat potestas quod fuit illorum de Collionibus et de Suardis”.

Quando poi verso la fine del XII secolo per le aumentate esigenze della Amministrazione civile e politica del comune si addivenne alla elezione del Podestà, che naturalmente doveva essere al di fuori e al di sopra di ogni partito; questo, dopo la sua prima sistemazione in case private, prese alloggio nella ex domus Suardorum” e da ciò la necessità che la torre divenisse, come divenne, libera proprietà del comune.

 Il complesso fortificato che comprende il Campanone e il Palazzo del Podestà passa poi sotto il controllo del Comune e viene destinato a sede di amministrazione della giustizia podestarile già nel 1197 e a residenza ufficiale del Podestà per i secoli XIII, XIV e parte del XV

Del resto ciò era ben naturale se si consideri che già nel 1222 Bergamo, secondo quanto praticato anche in città vicine, nell’intento di por fine alle lotte interne, aveva perentoriamente obbligato con minacce di gravi pene, tutti coloro che possedessero comunque torri o fortilizi, a farne la consegna al comune.

 Negli edifici attorno alla torre nei secoli si stabiliscono le sedi del potere civile (Palazzo del podestà, Palazzo della Ragione, Palazzo Nuovo) e religioso (complesso della Curia vescovile), ma anche botteghe, carceri comunali (risultano presso il lato est della torre dal 1363), istituti culturali (Palazzo della Ragione, Palazzo dell’Ateneo, Palazzo Nuovo), luoghi di culto e di memoria che ospitano tesori artistici di rilievo (Duomo, Santa Maria Maggiore, Cappella Colleoni)

Fino al 1486 la sommità della torre terminava con quattro bassi piloni sormontati da un tecchiame a travi, ma il 7 settembre dello stesso anno, mentre si suonava a festa per la Natività di M. V. e si facevano fuochi di letizia, si appiccò la fiamma al tetto che in breve andò distrutto con il castello delle campane.
Il Consiglio Civico fece tosto restaurare la torre, disponendo però che la sommità venisse terminata con arcate in pietra (1).

Nel 1550 si volle dai cittadini che fosse effettuato un notevole rialzo che consentisse fra l’altro di meglio diffondere il suono delle campane (2). A quel tempo era architetto del comune Bartolomeo Maffeis di Ponte S. Pietro, detto “Morgante”, che assunse anche l’appalto delle opere relative al prezzo convenuto di lire 24 imperiali “al cavezzo”, restando obbligata la città alla fornitura di pietrame, calce, sabbia, ferramenta e legnami a piè d’opera ed i cosiddetti andegari con i ponti relativi.
Secondo il progetto del Morgante la torre doveva finire con un cornicione con sovrastante balaustrata e con gli stemmi del Contarini e del Morosini.
I lavori duravano ancora nel 1552 allorché venne a morire il Morgante ed a lui successe il Cinelli.

Ma l’idea di tale coronamento parve poco adatta ad una torre di pretto carattere militare, e trovò molti oppositori, tanto che il comune con decreto del 1600 stabilì di sostituire un parapetto di ferro tutto attorno alla cupola centrale in luogo della balaustrata e gli stemmi, già eseguiti da Comino Giorgi di Gorlago, restarono inutilizzati.


Altra modifica si ebbe nel 1639 allorché sopra di alta base venne elevata, in cima alla torre, la statua in rame del protettore S. Alessandro e la superficie tutto attorno a sua volta venne coperta con solide lastre di piombo. Nella notte del 25 giugno 1681 un violento incendio, che si disse provocato dal fulmine, distrusse la statua e le lastre di piombo caddero liquefatte tutto attorno. In tale luttuosa circostanza si ebbe bell’esempio di coraggio da parte di taluni cittadini accorsi animosamente per cercare di circoscrivere il danno e di ricuperare il piombo fuso.

  Del XVII secolo è la copertura con lastre di piombo della sommità della torre

Con opportune deliberazioni del 1681, 1685 e 1687 si provvide ad una solida protezione della sommità facendo uso di tegole e mattoni fortemente immurati e solo in questi ultimi anni si ebbe la costruzione dei quattro merli angolari di forma guelfa.

Piazza Vecchia, 1812. La merlatura guelfa non è ancora stata costruita

Né altri danni subì la nostra bella torre se non quelli consacrati nella cronaca della breve dittatura Camozzi, nel marzo 1849. Annota infatti Giuseppe Locatelli-Milesi: “Altra (palla di cannone) colpì il castello de le campane della Torre Comunale il 26 marzo, portò via metà zocco della seconda campana e finì a fracassarsi contro la banca del Campanone, formandovi dentro ampia buca. Una seconda palla da cannone entrò per la piccola finestra della stanza al secondo piano, abitata dal custode della torre, mise tutto sossopra, ne bucò il pavimento e cadde nel corridoio dell’ex Tribunale. Una terza andò a battere sulla mostra dell’orologio fra i numeri IX e X e di rimbalzo cadde scavando una buca presso l’atrio dell’ex Civica Biblioteca”.
Si tratta delle cannonate che gli austriaci sparavano dalla Rocca sulla città in rivolta.

Altre disavventure la torre non ebbe più, se non quel tanto di deperimento ben naturale in una mole di sì antica origine.

 Ormai in un  pericoloso stato di degrado, nella prima metà dell'800 viene sostituita la vecchia scala lignea interna, ma soprattutto la balaustra sul lato est, asportata per ricavare i quattro merli angolari, quelli che vediamo oggi

Molto recentemente la Civica Amministrazione fece eseguire opere conservative rese necessarie ed in tale occasione si provvide molto opportunamente alla installazione di un moderno ascensore, per consentire ai visitatori di salire fino alla terrazza (3).
 Lo splendore del paesaggio che si gode da lassù è cosa invero stupenda ed esaltante. Solo un poeta potrebbe degnamente fissarne le immagini. Pur nella convulsa rapida vicenda quotidiana, quasi tutte le ore della giornata sono scandite dalla voce grave del “Campanone”, o della “Meridiana”, incastellate lassù sulla Torre Civica.


Ore liete, talvolta anche ore tristi, ricorrenze civili, o solennità sacre, avvenimenti eccezionali, od anche solo il ritmo del lavoro, hanno in quel suono il richiamo solenne, ammonitore della velocità e preziosità del tempo.

 Alta all’epoca della costruzione 37,7 metri, oggi la torre, a seguito dei sopralzi successivamente realizzati, tocca i 52,76 metri, proponendosi come osservatorio di Città alta e dell’abitato in piano nell’ambito del realizzato progetto globale di ristrutturazione e destinazione a sede del Museo storico cittadino riguardante il complesso del Palazzo del podestà

Più volte ci siamo chiesti: come e quando avvenne che la Torre Civica potesse avere una sua voce? Ricercando fra gli antichi nostri documenti ci fu dato averne qualche notizia. Finché la torre fu di ragione privata, è certo che non vi si collocarono campane. Ma già ai tempi di Giovanni Visconti la sommità della stessa venne munita di cella campanaria per uso della città, e vi si accedeva per una scala applicata esternamente poi distrutta dal memorabile turbine del 1389.
Se ne ha notizia in quanto appunto per l’avvenuto crollo della scala le campane non poterono poi essere suonate durante la cerimonia di presa di possesso della città da parte del Visconti che vi aveva mandato Antonio Porro.

Sappiamo anche che in alcune disposizioni di carattere annonario, comprese negli statuti del 1237, era fatto cenno di taluni suoni di campana, il che lascerebbe supporre che sulla torre esse vi fossero già attorno al 1200.

Dopo il ricordato incendio del 1486, sulla torre fu posto il campanone fuso da “Biccherino d’Averara” del bel peso di kg 2800; campana che non ebbe lunga vita, poiché l’anno dopo il suo collocamento dovette essere rifusa da G. Battista Zonca.

Ma l’imperfezione tecnica della prima fusione obbligò ed eseguirne subito altra che ebbe luogo in Sant’Agostino. Nel marzo 1507 il comune disapprovò una campana allestita dal Sammartino di Clusone ed anche lui la dovette rifondere nel 1508 nel convento dei Carmelitani e sotto la sorveglianza di un certo Mastro Michele Inglese, già autore di altre campane, fra cui quella maggiore che dovette essere levata dalla torre nel 1515, si dice, per imposizione dell’Anguillara. A Tommaso de’ Conti venne poi affidato l’incarico di sostituirla.

Nel 1520 altre campane vennero fuse da Bartolomeo Casari da Salò e nel 1529 né vennero accollate due a Felice Solario, agente di una compagnia francese. Ma anche questa compagnia pare non avesse soddisfatto le esigenze dei bergamaschi, poiché le stesse vennero nuovamente affidate per la rifusione a Marino e Pietro Fanzago da Clusone, con scrittura 23 agosto 1557 nella quale era stabilito il peso di kg 4750 per l’una e di kg 6000 per l’altra.
La più grossa si ruppe il 22 maggio 1810 allorché alcuni scalmanati la fecero suonare per una intera giornata per festeggiare la nascita del Re di Roma.

Venne rimossa nel 1848 e venduta al fonditore Monzini nel 1852; prima però che la bella campana venisse distrutta, persona amante delle cose patrie ne rilevò le parole che vi stavano incise tutto attorno. Nel giro più alto, in caratteri gotici, era scritto in rilievo: Vox mea cunctorum terror est daemoniorum Laudo Deum verum plebem congrego clerum Defunctos ploro, pestem fugo, festa decoro.
Nei quattro cartigli che stavano tutto attorno: 1 - Increatus Pater - Increatus Filius - Increatus Spiritus Sanctus. 2 - Christus regnat - Christus imperat - Christus vincit - Christus ab omni nos defendat. 3 - Antonius Marinus de Fanzaghis de Clusone fecit. 4 – 1558.

La campana maggiore, detta per antica consuetudine “il campanone”, ebbe tutta una serie di controversie e di rifacimenti prima di essere accettata dal comune che ne aveva affidato l’incarico a Bartolomeo Pesenti. L’ultima e definitiva fusione avvenne il 23 marzo 1656, ed il “campanone” venne poi benedetto nel 1658 dal Card. Gregorio Barbarigo recentemente salito all’onore degli altari.


Secondo un’errata notizia del Calvi la mole sonora sarebbe di “mille pesi” e tale notizia è stata comunemente accettata e tramandata da molti studiosi, ma ciò non è, poiché non si è da alcuno tenuto conto del calo normale che si verifica durante l’operazione di getto, in realtà si tratta invece di 680 pesi.


Bellissimo il distico che vi è inciso, ideato dal Sac. Viscardi, già prevosto di Verdello; dice: Funebria - nubila - cives - laeta - dies - horas - defleo - pello - voco - concino - signo - noto.

Durante l’ultima guerra, anche il “Campanone” ebbe le sue vicende e corse seri pericoli allorché si pensò di fonderlo per usarne il metallo a scopo bellico. Ci furono concitati e memorabili interventi di cittadini, a palazzo Frizzoni, e qualcuno ricorda ancora un accorato appello di Mons. Locatelli perché la storica e monumentale campana venisse risparmiata; infatti in sua vece venne rimossa la “meridiana”. Questa era la parente prossima del “Campanone” ed aveva la stessa età. Nel 1951 venne issata ancora alla sua aerea sede.

Nella Torre Civica si compendia gran parte della storia di Bergamo; essa fu testimone dei grandi rivolgimenti politici degli ultimi secoli, e con la voce delle sue campane e più ancora con quella grave e profonda del “Campanone” prese parte ai giorni di lutto e di letizia che si avvicendarono nella vita del nostro popolo forte e fiero.

Il suono del Campanone chiamava a raccolta i cittadini per le solenni ricorrenze civili, storiche e religiose, annunziava l’ingresso dei Magistrati e dei Vescovi, le riunioni del Maggior Consiglio, inneggiava alle glorie militari ed alle vittorie dei bergamaschi. Commentava col suo rimbombo anche i luttuosi avvenimenti, le pestilenze, le carestie e solennizzava le funebri onoranze rese ai più degni e grandi cittadini.

Traslazione delle salme di Donizetti e Mayr, 1875

Ancor oggi la voce amica del Campanone accompagna nelle sue varie fasi la giornata del lavoratore, segna la fine della sua fatica ed a tarda sera con i cento gravi rintocchi che si spandono solenni nel silenzio che avvolge la città e le terre vicine, segna l’ora del riposo".

Il testo (escluse le note e le didascalie alle immagini) è tratto da:  Tancredi Torri, “Origini della Torre Civica”, Piazza Vecchia in Bergamo, Bolis, Bergamo, 1964, pagg. da 14 a 22.

NOTE
(1) E' la sera del 7 settembre 1486 quando «Facendosi fuochi di allegrezza sopra la torre maggiore della città per l'occasione della festa della Natività di Maria sempre Vergine s'accese il fuoco nel tetto della torre, che era di legno, con tal splendore et fiamma, che tutta la città si illuminava». Dovendo ricostruire almeno in parte le arcate superiori, il Municipio decide di costruire un nuovo sopralzo
 (2) Nella seconda metà del '500 vengono realizzati dal magister Bartome Cattaneo detto Morgante un secondo sopralzo e una nuova cella campanaria, mentre al bolatore della città Giovanni de Grigi è affidato il contratto per il rifacimento dell'orologio (horologio novo). 
(3) Nel 1960, per poter realizzare l'ascensore, vengono eseguiti tagli alle murature alla base e demolite le volte antiche. 

Link
Fondazione Bergamo nella Storia

09/03/12

Le Muraine, la cinta Veneta quattrocentesca


Bergamo cinta dalle Muraine in un antico dipinto

Il sistema difensivo della città di Bergamo messo in atto dalla Serenissima in seguito alla lunga e costosissima guerra che, nel primo quarto del secolo XV, vede Venezia contrapposta a Milano (Visconti) per raggiungerne il definitivo controllo, viene messo in atto sostanzialmente attraverso l'edificazione di due importanti opere di fortificazione: le Muraine (XV sec.) nella Città bassa e, successivamente, per scongiurare un’incursione spagnola, le Mura, il complesso fortificato di Città alta, che dal 1 settembre 1561, data d’inizio dei lavori, al 1588, verrà racchiusa da un imponente circuito bastionato, con l'intento di rendere Bergamo una città fortezza, nelle intenzioni dei progettisti inespugnabile (1).
Con l'edificazione delle poderose Mura che cinsero la città alta, le Muraine continuarono a svolgere la loro funzione solo come cinta daziaria, e tali rimasero sino alla fine dell'Ottocento allorchè, nel 1901, vennero abbattute permettendo l'espansione della città.

Pianta di Bergamo e dei relativi Borghi, Giuseppe Manzini, 1878. La fisionomia di Bergamo fino agli ultimi anni dell’Ottocento, era rappresentata da due barriere concentriche che davano alla città un’impronta ed un fascino particolari: un nucleo antico, situato nel punto più alto della città, serrato entro una cerchia di mura e bastioni; ai piedi del colle la città bassa, anch’essa circondata da una cortina muraria, meno imponente, che correva lungo i suoi borghi. Successivamente, interventi radicali ne mutarono completamente il volto
  
Ma quali furono le ragioni che indussero la Serenissima a racchiudere i borghi entro una cinta murata e quali le conseguenze di questa decisione nella trasformazione dell'assetto urbano di Bergamo?

Sebbene le complesse dinamiche relative a tali vicende siano state, a suo tempo, qui ampiamente analizzate, si può ora sinteticamente ribadire che, com'è noto, subito dopo la conquista del 1428, Venezia "fissa l'estremo confine occidentale del proprio territorio in una città mercantile tradizionalmente legata alla pianura lombarda e subito interviene in modo deciso nel processo di trasformazione dell'assetto fisico della città.   
Il primo importante intervento è la costruzione (iniziata nel 1430) della nuova cinta murata (le Muraine appunto) il cui tracciato, congiunto a sud e a est alle mura medioevali (2), sancisce la riconosciuta unità urbana dell'insieme formato dal vecchio nucleo collinare e dai borghi sviluppatisi fin nella sottostante pianura ai lati del Prato di S. Alessandro, dove, probabilmente già dal secolo IX, si tiene l'annuale Fiera nel mese di agosto"
(Walter Barbero, op. cit.)

Veduta prospettica della città di Bergamo e dei suoi borghi, prima della costruzione delle fortificazioni venete del 1561-90 : sovraimpresso in nero il tracciato delle fortificazioni venete (disegno di Alvise Cima, 1693

Collegandosi alle difese della Città alta, le Muraine  - una vera e propria barriera fortificata che isolava la città dalla pianura - proteggevano anche gli insediamenti che, "come le dita di una mano", si erano sviluppati nel corso dei secoli all'esterno delle mura medioevali che cingevano il nucleo sul colle, lungo le direttrici che collegavano Bergamo ai paesi e alle città vicine.

 Pianta della città col perimetro della cinta medievale e delle Muraine, l'ampia cinta che circondava i borghi 

Come afferma W. Barbero, "al di là delle varie ipotesi sulla specifica configurazione delle mura medioevali è comunque certo che, al momento della conquista veneziana (1428), la città si fosse sviluppata ben al di fuori del loro tracciato, cosa, questa, che indeboliva in modo evidente la portata militare delle fortificazioni."

Questa decisione, capovolgendo la politica precedentemente seguita dai Visconti, fu di grande portata perchè riconobbe Bergamo come città complessiva (3), formata da gran parte egli insediamenti nella piana e dalla Città alta la quale, ancora indubitabilmente e univocamente sede del centro cittadino, non aveva ancora modificato il sistema di relazioni spaziali attorno al quale si era formato il comune medioevale,"chiusa sotto il duplice controllo della rocca, fatta costruire (1331) da Giovanni di Boemia, e della cittadella ("firma fides" di Bernabò Visconti del 1355 e "hospitium magnum" di Rodolfo Visconti del 1385)" 
(W. Barbero, op. cit.).

E non può ritenersi casuale il fatto che le muraine seguano con il loro tracciato il confine già segnato, in età comunale, dal Fossatum Communis Pergami (o Canale di Serio, fine XII/inizi XIII sec.), il canale che convoglia in città un imponente volume di acque derivate dalla roggia Serio (4), che incide oltre che sulla vita economica anche sul volto della città (specialmente per la parte che si sviluppa sul piano), di cui segna per buon tratto e per lungo tempo il limite.


 Stefano Scolari, Pianta della città e del territorio di Bergamo, Incisione, Venezia, 1680

 Le Muraine all'altezza dei portelli del Raso

Il suo percorso, formando demarcazione meridionale della città, segnava il confine della città economica e produttiva: lungo il suo corso, in corrispondenza delle uscite verso la campagna, erano diffuse attività produttive che sfruttavano i salti d’acqua della roggia Serio.
Grandi ruote d’acqua muovevano macine di grano, seghe di legname, magli del ferro e del rame, molini di cereali vari, gualchiere e, più avanti nel tempo, s'insedieranno filatoi e opifici vari.

Il Prato di S. Alessandro viene descritto nel 1516 dal patrizio veneziano Marco Antonio Michiel (1484-1532) che nel suo "Agri et Urbi Bergomatis Descriptio" afferma che "Un rivo amenissimo, derivato dal fiume Serio e fatto entrare in città per azionare le ruote dei folli e dei mulini, solca questo prato"

Bergamo, 1770

Per lungo tempo il Fossatum segnò il limite estremo della difesa sul margine esterno e sulle vie principali che conducevano al di fuori, segnate da battifredi, ai quali succedettero poi opere stabili in muratura dette stongarde o porte e portoni. 


La stongarda di S. Matteo, avanzo di fortificazione risalente (L. Pelandi) al 1256, ubicata in Longuelo Vecchia, al termine della strada che conduce in Borgo Canale

Malgrado trascurabili discordanze circa l'epoca di costruzione (5), si è dunque propensi a pensare non tanto ad un'edificazione ex-novo delle Muraine, quanto piuttosto ad un rafforzamento e completamento di una cinta medioevale che, insieme al Fossatum Communis Pergami, segnava le linee di percorrenza su cui crebbe l'edificato dei borghi, e su cui s'era creata una cortina edilizia sostanzialmente continua.
 
Prendeva forma, dunque, qual carattere urbano di Bergamo consolidatosi nei secoli, allorchè le Muraine, assieme ai canali, costituirono un ruolo determinante nella definizione della forma e dei limiti della città posta al piano, segnando così l’inizio della fase di urbanizzazione, proseguita con la costruzione dei portici nella piazza della Legna (1454), luogo centrale del borgo di S. Leonardo, intervento edilizio che ridefinì lo spazio urbano ed affermò l’importanza del valore mercantile da parte di Venezia
 
 Piazza della legna, ora Piazza Pontida in una stampa di proprietà della Biblioteca Civica A Mai

In questo processo urbano, risulta importante, com'è evidente, il reticolo di alimentazione per le attività rurali e manufatturiere della piana.
Nella registrazione del 1596 (Da Lezze), si contano nella città e nei borghi: 7 filatoi da seta, 14 tintorie, 4 folli da panni di lana, 2 purghe, 100 ruote da molino, 4 macine da olio, 3 peste da grani, 5 raseghe, 2 fucine da ferro, 1 maglio da rame, 11 fornaci da pietre e calcina, 1 fornace di lavori di terra (6).

I luoghi di tale attività, situati in larga misura entro le Muraine, sorgono lungo le rogge Nuova, Curna, Morlana e specialmente sul Canale di Serio che, dopo aver corso lungo le Muraine stesse, entra anche nel borgo di S. Leonardo: luoghi tutti che confermano una specializzazione funzionale che durerà per secoli, mentre fuori dall'ambito propriamente urbano domina in senso quasi assoluto la ruralità (7).

 Filatoi idraulici all'esterno del Borgo S. Leonardo, prima metà del XIX sec.

Nel corso dello stesso secolo, vengono realizzate importanti opere idriche legate allo sviluppo delle attività produttive: viene così realizzata la Roggia colleonesca (8), che cinge il borgo di S. Leonardo e lungo la quale, nel '600 si insediano, nella parte esterna della cinta,  numerosi filatoi della seta, insieme a laboratori per la lavorazione e la trasformazione tessile e per la manifattura (9).

In basso a sin., il borgo di San Leonardo, il cui perimetro esterno è percorso dalla roggia colleonesca, che segue, per un buon tratto, l'andamento delle Muraine. Qui, già nel ‘500 risulta fortemente sviluppata l’attività manifatturiera: nella relazione Pizzamanno (1560), il borgo di S. Leonardo veniva descritto come conformato "a guisa di una città piccola da sé"

IL PERCORSO  

L'antica cinta daziaria in una mappa del 1901. E' interessante osservare che la pluralità delle direzioni (i borghi) che si dipartivano dalle porte medievali di Bergamo alta (aperture riconfermate dalle porte d'epoca Veneta) in posizione in qualche modo riconducibile ai quattro punti cardinali, passa poi per le porte delle Muraine: "Nello schema generale risulta in maniera vistosa la responsabilità della città: da essa si dipartono (e su di essa convergono) le vie principali. Vi si notano in particolare le direzioni fissate già dai tempi antichi (almeno dal periodo romano): quelle rispettivamente per Milano, per Brescia, per Como, per la Valle Seriana". (Lelio Pagani)


Il circuito delle Muraine, che includeva i borghi S. Tomaso, S. Antonio e S. Leonardo (escludendo i borghi di S. Caterina, Palazzo e Canale), partiva da S. Agostino e scendeva alle spalle di Borgo San Tomaso fino al ponte di Borgo Santa Caterina, che ne rimaneva al di fuori, diviso dalle acque del Morla, la cui sponda era stata costruita appositamente per far muovere le pale dei mulini che erano sul suo percorso e che faceva anche da fossato difensivo.

Luigi Deleidi, Gli spalti di Sant'Agostino con esercitazioni di truppe austriache - Bergamo, proprietà Accademia Carrara

 Alvise Cima, Pianta prospettica della città di Bergamo, sec XVI. Tela ad olio, mm 163x104. Biblioteca Civica Angelo Mai, Bergamo. Dettaglio di borgo S. Tommaso. Nell'immagine, il tratto tra i borghi Pignolo, S. Antonio e S. Tomaso, al confine con Borgo S. Caterina

 Particolare di borgo San Tomaso. La cinta era provvista di merlature, camminamenti per la ronda e fossati alimentati dal torrente Morla e dalla Roggia Serio

Il tracciato seguiva quindi il corso del torrente fino alla torre del Galgario, via Muraine e di qui la roggia Serio, che fungeva da fossato, toccando successivamente la porta Sant' Antonio (all'estremità di via Pignolo), i portelli del Raso (via Camozzi, dove è ora la Banca Provinciale Lombarda), delle Grazie (in corrispondenza dell'ottocentesca porta Nuova) e di Zambonate; qui giunte, le muraine volgevano verso sud, circondando la parte inferiore di borgo San Leonardo, servite dalle porte di Cologno (all'incrocio tra via Quarenghi e via Palazzolo), di Colognola (dove via S. Bernardino incontra via Previtali), di Osio (al bivio tra via Moroni e via Palma il Vecchio), di Broseta (dove da questa si stacca via Nullo), per risalire lungo via Lapacano e congiungersi sul colle presso porta San Giacomo alla cinta bastionata cinquecentesca.

Le Muraine all'altezza dei portelli del Raso

All’interno del percorso correva una strada continua lungo la quale si disponevano numerose torri (31 quadre e 2 cilindriche, fra cui quella del Galgario) e 6 porte fortificate (portetorri) che costituivano le vie d’accesso alla città (S. Caterina, di S. Antonio, della Torre del Raso, di Cologno, di Colognola, di Osio). Tutte le porte, ad eccezione di quella del Raso, avevano il ponte levatoio sulla roggia Serio 

 Pianta e prospetto della porta-torre medievale del Raso, ora Molini, in via Camozzi
  
 Le Muraine all'altezza dei portelli del Raso, l'unica porta sprovvista di ponte levatoio sulla roggia Serio

Col giorno 20 agosto 1837 era già stata aperta al pubblico passaggio la barriera delle Grazie di Porta Nuova, sul filo delle Muraine lungo il canale Serio, dove prima c’era un semplice portello e un ponte sul fossato. 

 1887 circa. Bergamo, Porta Nuova con le barriere daziarie (Archivio fotografico Sestini)

Bergamo da Porta Nuova, 1879

 "I caselli com’erano chiamati dal popolino, servivano da corpo di guardia dei “finanzini”, le guardie del dazio, e questo fino al 1901, epoca dell’abolizione del dazio murato in città, mentre le gradinate servivano da punto fermo dei cosiddetti "fachì de Porta Nöa", proverbiali per “indirizzare i volontari alla disoccupazione, gli scansafatiche, i lazzaroni, che pur di non lavorare dormivano sui… morbidi gradini. Spariti gli scansafatiche, ben diradati i tipi, i Propilei vennero sistemati ad uffici, abbelliti, agghindati".
(Luigi Pelandi, op. cit.) 

Zanetti, "Burla"

Con la costruzione dei propilei di Porta Nuova (iniziata nel 1828 e ultimata solo nel 1833, su disegno dell’arch. Giuseppe Cusi in elegante stile dorico) la città si apriva ad un’espansione verso la pianura.
La forma della porta anticipava il nuovo ordine urbano: non era più rivolta verso l’esterno come le porte venete cinquecentesche; le colonne doriche definivano ora due fronti equivalenti su lati opposti e ornanavano un largo passaggio intermedio.

Porta Nuova agli inizi del XX secolo

Col 1901 le Muraine furono completamente abbattute.


Rimangono quindi poche tracce delle stesse come il tratto di mura con merlature e feritoie originali in via Lapacano, resti della cinta muraria in via Camozzi e presso il Bastione S. Agostino, il tratto di via Previtali, nonchè la torre circolare detta del Galgario

Merlature (via Lapacano)

Feritoia (Via Lapacano)

Via Previtali

Muraine in via Camozzi

Via Camozzi

La torre circolare detta del Galgario (da calchera o calcarium, forno da calce), ubicata nella parte sud-orientale della città, costituisce la parte più vistosa di ciò che rimane delle antiche Muraine.

 La torre del Galgario, lato esterno. La targa in arenaria è illeggibile

La torre, in pietra a vista, è a pianta circolare lievemente smussata a ovest in corrispondenza dell'attacco delle Muraine. Ha la base tronco conica, e non presenta più l’originale copertura con tetto a tegole.
La merlatura è guelfa.

 Riconoscibili gli attacchi delle muraine

Mappa delle cinte murate della città di Bergamo, affissa sulla torre del Galgario (Arch. L Angelini)
 
Alcune vedute ottocentesche testimoniano come si presentava il luogo tra il 1750 e la fine dell’Ottocento e solo la torre del Galgario ci aiuta a riconoscere la zona, in quanto la fisionomia del luogo mutò continuamente.


Nel 1901 vennero abbattute le Muraine, nel 1930 circa, la roggia del fiume Serio, tra la torre del Galgario e la Porta S. Antonio, fu coperta e le due vie (dentro e fuori le Muraine) formarono una sola carreggiata. Infine nel 1963 fu coperto anche il torrente Morla, da S. Caterina al largo del Galgario.

Bergamo dalla torre del Galgario, 1840


LE MURAINE NELLA TESTIMONIANZA RACCOLTA DA PINO CAPELLINI

 La «barriera doganale» del '400 bloccava lo sviluppo della città di Bergamo

Fu quasi a furor di popolo che Bergamo decretò l'abbattimento della secolare cerchia di mura attorno ai borghi. Che segnò anche, e non solo simbolicamente, il passaggio tra i due secoli, l'Ottocento e il Novecento, al quale le «Muraine» vennero sacrificate. Dopo l'unità d'Italia, superate le inevitabili difficoltà del passaggio tra l'amministrazione austro-ungarica e quella del nuovo stato, Bergamo stava registrando una notevole crescita economica. Ma il suo sviluppo era impedito da un ostacolo che derivava proprio dalle caratteristiche originarie della città.
Stretto nella tenaglia delle mura veneziane, con notevoli difficoltà d'accesso nonostante la costruzione della funicolare, il vecchio nucleo sul colle aveva perso uno dopo l'altro uffici e servizi, che si erano trasferiti al piano. E al piano i bergamaschi guardavano per il futuro della città. In quell'ultimo scorcio dell'Ottocento non c'era per il nuovo secolo l'attesa che ha preceduto lo scoccare del 2000. Cresceva tuttavia una voglia di modernità che coinvolgeva un po' tutti i ceti che contavano, politici compresi. Bergamo doveva crescere e lo spazio ideale era giù in basso, dove i primi urbanisti incominciavano a studiare strade e nuovi quartieri per mettere ordine tra i borghi.
Restavano tuttavia due grosse questioni da risolvere. Una era il complesso semiabbandonato dell'ex fiera, di cui non si sapeva ancora che fare, salvo proporne la trasformazione o l'abbattimento (e la felice soluzione arriverà più tardi, utilizzandone lo spazio per il nuovo centro). L'altra era invece la cerchia delle mura quattrocentesche, che il popolino chiamava familiarmente Muraine: una specie di camicia di forza che rinserrava i borghi e ostacolava i commerci. Cessato da tempo l'uso militare, il vecchio muro era rimasto in piedi perché serviva come cinta daziaria. Un residuo di medievali balzelli che angariava tutti, dal cittadino comune al benestante. Nessuno poteva superare la barriera senza dover sottostare al controllo degli agenti del dazio, che frugavano ovunque: dal carico del carro alla sporta della massaia. Con tanti saluti alla «privacy». Pagava il dazio l'operaio per il salamino scovato nel fagotto sul braccio, la massaia per il cesto di verdura, il contadino per il sacco di patate. Per facilitare il transito dei carri nei punti di maggior passaggio erano state demolite le anguste porte medievali, sostituite tuttavia dai caselli del dazio. Alle barriere c'erano i cancelli che restavano spalancati tutto il giorno, ma di sera venivano chiusi. Non si passava più. E la città ripiombava nel Medioevo.
Gli unici ad aver mostrato una notevole lungimiranza erano stati gli austriaci i quali, al posto di un angusto portello pedonale, aprirono nel 1837 una nuova porta. Porta Nuova era ancora una barriera daziaria, dove gli edifici dei propilei erano stati progettati come caselli del dazio, ma le sue dimensioni facilitano sicuramente gli scambi con la pianura. Quando venne poi costruita la stazione ferroviaria in asse con la moderna arteria che attraversava il futuro centro e collegava con Città Alta, fu più che evidente la felice scelta urbanistica. Anche se bisognò aspettare più di mezzo secolo per vederne gli sviluppi.
«Aboliamo la cinta daziaria. Demoliamo le Muraine. Abbasso il Medioevo!»: alle voci isolate subentrò nell'ultimo decennio dell'Ottocento un vero e proprio coro. I primi a tuonare contro dazio e vecchie mura erano stati i commercianti. Non ne potevano più di controlli e balzelli. E c'era poi la questione dei trasporti.
Il transito dei carri sulla vecchia rete stradale era quasi impossibile. Fuori la cerchia delle Muraine si era formata una specie di circonvallazione. I carri con le merci seguivano un itinerario che vediamo oggi consolidato in un percorso che ricalca fedelmente il perimetro dell'antico muro: via Palma il Vecchio-via Previtali-via don Palazzolo-via Tiraboschi-via Camozzi- via Frizzoni-via Cesare Battisti. Ma se un carico doveva essere consegnato dentro la città, allora erano guai: i caselli erano pochi, le strade dei borghi anguste, tempi, fatiche e costi si raddoppiavano.
Interventi e mozioni contro le Muraine in Consiglio comunale si sprecavano via via che si avvicinava il nuovo secolo. Poi la decisione finale, con voto unanime dell'intera amministrazione. La tanto vituperata barriera sparì allo scoccare del 1900. All'alba del nuovo secolo quasi non sembrò vero ai cittadini di poter superare i propilei di Porta Nuova senza dover sottostare a nessun controllo. Per un po' i cancelli rimasero spalancati, poi sparirono. Ma per la demolizione di mura e portelli bisognò aspettare il 1901 quando entrarono in funzione mazze e picconi lungo tutto il tracciato.
Delle Muraine è rimasto ben poco. In tempi più recenti forse si sarebbero salvate testimonianze molto più numerose. Ma è quanto avvenne anche nelle altre città lombarde: a Milano, a Brescia, a Como, a Cremona. C'era fame di spazio, di nuove aree per costruire e per tracciare strade. Quasi ci si esaltava per la fine del vecchio. A Bergamo si guardava con ammirazione alle villette che, chiavi in mano, una immobiliare offriva in via Nullo ai nuovi ceti. I tram contribuivano a togliere dall'isolamento le periferie. Sul colle di San Vigilio avrebbe dovuto sorgere un quartiere-giardino.
Per celebrare la fine della barriera daziaria venne addirittura data alle stampe una cartolina. Altre cartoline documentarono il procedere delle demolizioni, di cui era stata incaricata la Cooperativa lavoranti muratori. Il Comune deliberò di fare buon uso delle pietre squadrate che si allineavano a mucchi lungo il tracciato delle Muraine. Vennero destinate alla costruzione del muro di cinta del nuovo cimitero.

Pino Capellini, ECO DI BG 12-1-2004  

NOTE
(1) In realtà le mura venete non svolsero mai azione difensiva perché terminati i lavori di fortificazione i metodi di guerra erano mutati e Bergamo perse la sua importanza strategica. 
(2) In epoca medioevale Città alta venne difesa con una prima cinta di mura nel X secolo, ampliata nel secolo XIII in epoca comunale; un ulteriore ampliamento avvenne nel secolo XIV verso oriente. 
(3) Alla definitiva affermazione dell'unitarietà del luogo urbano, fa riscontro il persistere di quel rapporto dialettico che determinerà, anche per i secoli futuri, uno sviluppo bipolare della città.In questo senso si può affermare l'essenzialità dei primi 50 anni della dominazione veneziana per la determinazione di alcuni fondamentali caratteri morfologici e architettonici del tessuto storico. 
(4) Il Canale di Serio entra nella vita e nel paesaggio non solo della città, ma di tutti i paesi che attraversa, a partire dalla sua radice presso Albino, fino a Ranica, a Torre, a Redona (ubicata alle porte della città), paesi che assumono grande valore per la fissazione di opifici di vario tipo, fornendo condizioni predisponenti per successivi sviluppi.
Questi canali interessano da vicino, come lo stesso canale Serio,  gli antichi borghi della città e poi le aree piane a sud della città medesima, nelle quali assumono la funzione di vero e proprio impianto irrigatorio. 
Dalla roggia Serio grande, originata ad Albino (1221), le derivazioni superficiali (o rogge secondarie) che servono Bergamo sono: la roggia Morlana (secolo XI o anteriore) derivata all'altezza di Nembro e che è visibile in via Madonna della Neve; la roggia Guidana (anteriore al 1453) derivata ad Alzano che attraversa Borgo Palazzola Seriola nuova (1484), che si scorge in via S. Lazzaro. 
(5) Lombardia Beni Culturali vedrebbe le Muraine edificate tra il 1431 e il 1453, mentre altre fonti - es.Carola Dionisi - tra il 1430 e il 1438. 
(6) Z. Da Lezze, "Relazione dell'anno 1596 sulla città e sul territorio di Bergamo", copia del sec. XIX da orig. conservato nell'Arch. di Stato di Venezia, Ms., Bergamo, Biblioteca Civica, AB 414. 
(7) Nello stesso 1596 si notano ruote da molino anche nei corpi santi (15 ruote a Torre Boldone, 3 molini a Campagnola sulla Morla, 15 molini a Colognola sulla roggia Pomperduto, 5 a Grumello, 2 in Broseta, 1 a Villa d'Almè, in Val Baderno di Sorisole, al Petosino, a Paladina, a Ranica). A Torre Boldone ci sono poi 2 raseghe e 2 peste; 1 rasega viene registrata anche a Paladina e 1 a Villa d'Almè, dove c'è anche un maglio.
(Da Lezze, op. cit., alla voce dei singoli paesi) 
(8) Dalla roggia Morlana (che ha la sua presa d’acqua nel comune di Nembro e sviluppa il suo corso nel territorio di Nembro, di Alzano, di Ranica, di Gorle, di Boccalone e di Bergamo) sono derivate diverse rogge: la roggia Curna (da Bergamo, presso il convento dei Cappuccini, verso Mozzo, Colognola, Stezzano, Levate verso Spirano) e la roggia Colleonesca, che da Bergamo si dirige verso Grumello, Sforzatica per orientarsi verso Osio. 
(9) Bergamo contava, alla fine del Cinquecento, 5.866 fuochi e 23.393 abitanti. Importante era il patrimonio "immobiliare" del comune secondo un inventario della metà del Seicento: "nella contrada di Broseta, una raseca (segheria), un molino detto del Rocco, uno molino detto della Galinazza, tre botteghe (del macello) attaccate a quest'ultimo mulino, una bottega sotto i portici contigua all'andito, due botteghe sotto i portici con una lobbia, un mulino detto del Muletto, un casotto al porticho della contrada di Zambonate, tutte le muraglie vecchie, tutte le ripe delle seriole, alla torre del Raso un edificio de molini chiamati alla Torre del Raso apresso San Bartolomeo nella vicinanza di Santo Giovan dall'Hospitale (edificio in parte trasformato dopo il 1726 in pareggiaria de panni), follo appresso San Bertolameo, follo overo Cottonadore appresso l'hospitale, mulino al Pradello, mulino alla porta di San Bartolomeo, maglio del rame in Borgo Santa Caterina, mulini appresso il maglio in Borgo Santa Caterina, maglio del ferro nel borgo Santa Caterina, mulino in capo del borgo Santa caterina alla rasega di Plorzano, mulini del Plorzano del borgo Santa Caterina, altri molini del Plorzano contigui alli suddetti, rasega in sito del borgo Santa Caterina detta del Plorzano, Lazaretto nella Valtesse, porta di Broseta, porta di Osio, porta di Colognola, il giardino, porta di Cologno, porta di Sant'Antonio, pradello appresso la porta Santa Caterina, porta del borgo Santa caterina, quartiere per soldati appresso San Matteo, casetta ove habita il Contestabile della porta di San Lorenzo, casa al portone et torre di San Lorenzo, loco delle preggioni pretorie in piazza Vecchia, il pallazzo della Magnifica Città, case della corona vechia contigue al Palazzo nuovo, la casa nuova, loco della munittione, case dell'habitacione dell'eccellentissimo signor giudice al maleficio, case ove habita il cancelliere, case dell'eccellentissimo signor vicario pretorio, habitacione dell'eccellentissimo signor giudice alla raggione, loghi della torre habitata da balot (...), case del ven. cancelliere pretorio, case del contestabile et Cancelliere, case sotto il portegho di San Michiele, casa al portone di San Lorenzo, quartiero alla Fiera, quartiero contigua al suddetto, hortino al sal vecchio, terreno soto le case dimandate il Polaresco, casa appresso Porta Penta, Bagni di Trescore". A tale esaustivo elenco di proprietà ne sono da aggiungere poche altre, entrate evidentemente a far parte in un secondo momento del patrimonio comunale o incomprensibilmente scor date: mulino nuovo in Broseta, mulino del Zoffo (o a Zandone del Zoffo in contrada de Broseta, già citato dagli inizi del '400), casa in Corserola, follo in Prato alla torre del Raso.
(Da SIUSA - Comune di Bergamo).
Nel ‘700, con lo sviluppo della città moderna, l’attenzione urbanistica si sposta verso ovest, nel prato di S. Alessandro, ove fu costruita tra il 1734 e il 1740 la Fiera di Bergamo.

Fonti e links
- Carola Dionisi, “La Torre del Galgario: Unico frammento sopravvissuto all’abbattimento delle “Muraine””, Qui Bergamo: mensile della città, anno 2, n.16, Novembre 1993, pagg. da 56 a 57.
- Lombardia Beni Culturali.
- "Hinterland" numero 25, marzo 1983, capitolo "Per una storia urbana di Bergamo", di Walter Barbero.

- Vanni Zanella, Bergamo Città, 2ª edizione, Azienda Autonoma di Turismo, Bergamo, 1977, pag. 192.
- Luigi Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II - La Strada Ferdinandea, Bolis, Bergamo, 1963, pagg. da 23 a 25.
- ASIM (Archivi e Sistemi multimediali).

Correlazioni principali in questo blog: 
Storia di Bergamo - Parte II - Il periodo della dominazione Veneta
Storia urbana di Bergamo durante il periodo della dominazione veneta
L'antica Fiera di Bergamo

01/03/12

Per uno studio del territorio di Almè in epoca romana


Almè, via Ponte Regina: l'antico tracciato che conduce a ciò che rimane dell'omonimo, grandioso  ponte romano che si estendeva fra le opposte sponde di Almenno e Almè



Reportage fotografico di Maurizio Scalvini*, che ringrazio sentitamente per le utilissime indicazioni raccolte sul campo e per la preziosa collaborazione.


Collocato all'imbocco della Valle Brembana sulla sponda sinistra del fiume Brembo, a circa otto chilometri dal capoluogo orobico, il comune di Almè sorge nei pressi di un'area di notevole rilevanza naturale, il "Piano del Petosino", bacino lacustre singlaciale e interglaciale sede di fossili paleontologici e di ritrovamenti archeologici.

Per quanto non vi siano, nel territorio bergamasco, testimonianze dell'insediamento delle popolazioni che si stanziarono, sovrapponendosi l'una alle altre, in epoca protostorica, si può affermare che tracce di popolamento protostorico e celtico sono state rilevate in tutta l'area all'imbocco delle valli Brembana e Imagna, nel territorio di Lemineun vasto comprensorio territoriale racchiuso tra la sponda occidentale del Brembo e quella orientale dell'Adda, che per secoli mantenne una posizione di preminenza su tutto il circondario.
L'origine del toponimo Lemine sembra, secondo gli storici, giustificare una presenza celtica in Almè (1). 

Le prime tracce della presenza umana in questo territorio, ricondurrebbero ad un popolo di matrice celtica insediatosi sulla collina di Duno (2), alla confluenza tra il torrente Imagna e il fiume Brembo, nel comune di Clanezzo, dove è venuto alla luce un insediamento risalente alla I Età del Ferro - il cosiddetto Duno o Dunum di Clanezzo - avente la struttura tipica di un oppidum gallico riconducibile alla cultura Golasecchiana e alla stirpe degli Orobi.

Si tratta verosimilmente di una fortificazione posta a controllo della via pedemontana il cui tracciato costituiva un'importante direttrice di traffico che, in direzione E-O, metteva in comunicazione Como (nel V secolo punto di mercato in cui si incontravano gli itinerari commerciali fra i popoli transalpini e quelli dell’Etruria centro Italica) con Brescia via Bergamo, passando per Almenno (3).

Percorso che in epoca romana venne riconfermato, in particolare per quanto riguarda il tratto bergamasco, entro la prima metà del I millennio a. C., in veste di tracciato militare noto come Strada della Regina, la via militare romana che, congiungendo Aquileia, nel Friuli, con la Rezia (Svizzera), passava per Verona, Brescia, Bergamo e Como, ripercorrendo appunto l'antica direttrice Bergamo-Como di matrice protostorica (4).

Da V. Gastaldi Fois, ‘La rete viaria romana nel territorio del Municipium di Bergamo’ in ‘Rendiconti
dell’Istituto Lombardo’, 105, 1971


In quanto crocevia militare e commerciale verso l'Europa, la Strada della Regina percorreva un territorio immerso in un'area militarmente turbolenta, occupato da diversi presidi militari.


Via Ponte Regina si diparte dalla vecchia stazione ferroviaria di Paladina da dove, per un lungo tratto, scorre tra anonime abitazioni ed edifici industriali. Solo a partire dall'incrocio con via Riviera (nell'immagine) si scorgono, a lato della stretta sede stradale, gli alti muri di ciotoli per la protezione di frutteti, orti, giardini, che fanno rimpiangere l'integrità di strade unitariamente fiancheggiate da case coloniche dai caratteristici loggiati in legno
 Percorsi un centinaio di metri, quando la via si restringe in prossimità di una curva, le montagne si profilano in lontananza, insieme alla familiare sagoma del campanile della "Madonna del Castello" di Almenno
Ecco le case di via Ponte Regina osservate dal loro lato più agreste, che sfugge ai tanti automobilisti che percorrono questa viuzza per sfuggire alle code della Statale, probabilmente ignorando che stanno viaggiando su un'importantissima, secolare, via di comunicazione 

Non a caso ad Almenno, la postazione romana fortificata sulla colline Duno (il Dunum di Canezzo ormai incluso nel sistema difensivo romano) e Castra (5), in una posizione dominante gli accessi alle valli Imagna e Brembana, svolse la funzione di proteggere la Strada della Regina, lungo la quale erano sorti accampamenti, dalle incursioni provenienti dalle valli, dovute alla resistenza indigena che continuò anche dopo la latinizzazione dell'ager bergomense.


All'altezza di un antico edificio in borlanti, via Ponte Regina compie una decisa curva a gomito per  infilarsi  lungo una lieve discesa lunga un centinaio di metri. Interessante è lo spigolo dell'edificio, rimarcato da grosse pietre squadrate
Al termine della discesa vi è il salto verticale della rupe che si affaccia sul fiume Brembo. Dalla sponda di Almè, il Ponte della Regina sorgeva proprio laddove ora si scorge un muretto

Nel I sec. a. C. le vittorie sui Galli (6) estesero la presenza romana nelle nostre zone portando una sorta di stabilità: nell'89 a.C. fu esteso il diritto romano alle città indigene transpadane, nel 49 a.C., quando Bergomum divenne municipium (7), la Bergamasca venne divisa in distretti (a loro volta suddivisi in più piccoli insediamenti), dislocati in particolare lungo le vie romane nei punti strategici e militari.
Uno dei distretti con cui i romani divisero la bergamasca fu appunto il pagus Lemennis.
Avente il centro amministrativo in Almenno S. Salvatore, presumibilmente nei pressi della Madonna del Castello, il pagus comprendeva diversi vici, fra cui quello di Almè (Lemene).
Le valli orobiche furono liberate dai rischi delle intemperanze degli avversari più irriducibili solo nel 43 a.C.: fu solo quindi in seguito a questa data che cominciò una lenta penetrazione dei coloni, insieme alla romanizzazione della popolazione locale e allo sfruttamento delle terre conquistate.
Questa colonizzazione si concretizzava con la formazione di nuovi insediamenti, nuclei o edifici sparsi di carattere rurale, o con l'integrazione di quelli esistenti, in particolare in quelli situati nei punti strategici e militari.
Questi insediamenti dovevano essere costituiti da edifici realizzati con materiali poveri o ricavati
dalle risorse locali (legno, pietre di fiume).


A sorpresa sotto il malandato asfalto emerge il vecchio selciato, una preesistenza probabilmente medioevale, ma che induce inevitabilmente a domandarsi cosa possa celare lungo tale percorso 

Si può ipotizzare che il territorio della futura Almè sia uscito da un certo isolamento solo dopo la conquista romana della Valle Padana, e più precisamente in occasione dei lavori per la costruzione della via militare per la Rezia (la Strada della Regina), che proprio in quest'area richiese opere di notevole impegno.
Ai confini dell'attuale territorio di Almè pare infatti siano stati eseguiti i lavori per il taglio del passo fra Almè e Bruntino al colle Cavergnano (un nome chiaramente di origine romana) e poi quelli per la costruzione del grande ponte sul Brembo, il celebre Ponte della Regina, il cui intervento, in particolare, richiedendo una prolungata presenza di tecnici, operai e soldati nella zona, fa supporre che essa abbia dato luogo all'impianto di insediamenti stabili che trovarono nel fertile pianoro riparato dai monti un luogo ideale, destinato ad attrarre anche parte della popolazione locale (in prossimità del punto di innesto del grande ponte sulla riva del Brembo sopravvive ancora il toponimo Fornaci, attestato già nel 1220, che sembra derivare proprio dalla presenza di un'officina, impiantata in età romana, per approntare i materiali necessari alla costruzione del ponte).


 Il sito su cui sorgeva il Ponte della Regina, con in primo piano il punto d'innesto del pilone poggiante sulla sponda  di Almè.  Si nota un notevole salto verticale: rispetto al greto del fiume la struttura si elevava di circa 27 metri!  
Il rettangolo rosso evidenzia i ruderi del pilastro di Almè; il rettangolo giallo indica i resti sommersi sulla sponda di Almenno; il rettangolo azzurro indica il grande pilone di Almenno. La linea color ciclamino è perfettamente in asse ai due pilastri su cui sorgeva il ponte ed anche Maurizio, scattando dalla sua postazione, si sente "perfettamente in asse" con questa emozione! (Elaborazione di Maurizio Scalvini)
Ed infine, visualizzata dalla sponda di Almenno, la rupe da cui si dipartivano i piloni dell'imponente Ponte della Regina, con in primo piano i resti del pilastro di Almè. Contrassegnato in rosso, il punto esatto in cui termina la via Ponte Regina, da cui si dipartiva il piano del ponte che fu a lungo percorso dagli eserciti romani e dove attualmente sorge il muretto da cui sono state scattate queste belle immagini


Certamente quindi, la presenza di una infrastruttura di rilievo quale è il Ponte della Regina favorì la formazione di insediamenti romani nella zona.



Ricostruzione del ponte di Lemine di Elia Fornoni, 1894.
Il monumentale ponte di Lemine, o ponte della Regina, edificato per l’attraversamento del Brembo all’altezza di Almenno S. Salvatore, sorse (II sec d.C.) lungo la Strada della Regina, che ricalcava un antichissimo itinerario commerciale già ripercorso dai celti lungo il territorio di Lemine

Proprio il nucleo di Almè potrebbe essere sorto e sviluppatosi come caposaldo attestato in prossimità del ponte romano: la testimonianza documentaria di due torri medievali nel luogo detto corobiolo (dal latino quadrivium), ad est della Torre d'oro, potrebbero giustificare la presenza più antica del presidio.
Un documento del 867 d.C. cita un fundo et vico Larno oggetto della permuta tra Garibaldo, vescovo di Bergamo, e un certo Pietro di Presionico. La definizione contemporanea di vico e fundo è ritenuta associabile ad un insediamento attorniato da terre coltivabili (l'uso del termine vico e fundo in epoca altomedievale può autorevolmente giustificare un'antica presenza romana).

Strutture difensive medievali presso il Ponte della Regina (Gritti, 1997) 

L'analisi della toponomastica locale ricavata da documenti medievali ci permette di ipotizzare una frequentazione del territorio di Almè suddivisa in diverse areeSi individua quindi un'area detta dell'Arme - che ricorda l'antica dizione - entro la quale, racchiuso tra i torrenti Rino e Quisa, vicino alla via di Sombreno, poteva sorgere un insediamento ora scomparso: una trama catastale di particolare interesse proprio in questo sito potrebbe far pensare ad una derivazione dell'antico frazionamento.
Lo stesso dicasi per il toponimo Caprinium (Cavergnano), nome antichissimo di una località che si ricollega alla romana gens Caprinia.
S'individua poi la località 10 Pertiche situato tra Almè e Larno lungo l'asse diretto a Sud, a Agro collocato tra Villa d'Almè e Almè.

Particolare della carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un'ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti). In evidenza la toponomastica locale relativamente alle località dell'Arme, Caprinium e 10 Pertiche


Proseguendo verso sud lungo la medesima direttrice si incontrano altri nuclei, vici, quali Palatina, Scanum e Motium, dei quali sono stati scoperti pochi reperti pressochè tutti riferibili al I-II sec. d.C., e quindi in coincidenza di un effettivo progresso della società bergamasca.

Particolare della carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un'ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti). In evidenza la toponomastica locale per quanto concerne le località PalatinaScanum Motium, in cui sono riaffiorati reperti databili I-II sec. d.C.


Di grande suggestione è anche l'osservazione del culto dei Santi locali: vi si ritrovano dediche tutte ipoteticamente riconducibili al periodo tardo romano: tra queste S. Faustino e Giovita (Villa d'Almè), a S. Maria e S. Giovanni Battista (Almè, Mozzo), a S. Maria, S. Alessandro e SS. Fermo e Rustico (Sombreno e Paladina), a S. Vito (Ossanesga), a SS. Cosma e Damiano (Scano).

Inoltre, grazie al ritrovamento di alcune lapidi nei vici lungo la Valbreno, a Mozzo e a Ponte S. Pietro si conoscono il nome di alcune famiglie in parte di origine celtica (che testimomierebbero di una base sociale indigena) e in parte in relazione con l'area di Piacenza, d'altra parte legata a Bergamo come facente parte della tribù Voturia. Tra i personaggi di rilievo Marco Maesio Massimo, e la famiglia Calidii.

Carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un'ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti). Nella colonna a destra s'individua il culto dei Santi Romani riferito ad ogni singola località. Nella colonna a sinistra sono elencati i nomi di alcune famiglie locali, individuati mediante il ritrovamento di lapidi dislocate lungo il territorio

L'unica testimonianza archeologica rilevante nel territorio di Almè è il ritrovamento di un'ara dedicata al dio Silvano in località Cavergnano, che fu successivamente depositata nel campanile di Almè. L'ara, riferibile al II secolo, venne dedicata alla divinità da Marziale Reburro, probabilmente di derivazione celtica, figlio di Publio e di Igia (8).

La presenza di diversi insediamenti è testimoniata dal ritrovamento di numerose testimonianze archeologiche, la più importante delle quali è un'Il ritrovamento dell' ara votiva al dio Silvano (II sec.), trovata proprio nell'area circostante il ponte, in loc. Cavergnano  


Per quanto riguarda le direttrici viarie, sono stati individuati due tracciati che dal Ponte della Regina raggiungevano Bergamo, passando per Almè.

Strutture difensive nel comparto nord-ovest di Bergamo (elaborazione Studio Gritti)  


Un tratto, inizialmente rettilineo, percorreva un tracciato che, passando per Almè, si dirigeva verso Brughiera, Petosino, Ramera, Ponte Secco, Valverde, fino alla porta di S. Lorenzo.


Si ipotizza poi che vi fosse un altro tratto - quello ritenuto più sicuro - che, passando per Almè, percorreva la spina dorsale che da Sombreno, salendo da Fontana, raggiungeva le pendici del colle di Bergamo accedendo alla città attraverso porta S. Alessandro, la porta occidentale (9).

Altre direttrici oltre a quelle sopracitate ebbero nuovo impulso a partire dalla fondazione della colonia di Piacenza (218 a.C.).

Da un punto di vista archeologico-topografico, l'originaria scelta insediativa del nucleo di Almè, potrebbe riallacciarsi ad un ipotetica direttrice proveniente da Sud: ovvero al percorso storico della transumanza (l'antica via Bergamo-Crema), l'antico tracciato di origine preromana che dalla pianura conduceva ai pascoli brembani disegnando l'asse Mozzo-Scano-Ossanesga-Sombreno-Paladina-Almè, lo stesso che proseguendo verso sud sarebbe poi divenuto in epoca romana, un asse di riferimento per la centuriazione, forse riferibile al cardo n. XX indicato dal Tozzi, ovvero il cardo massimo della prima centuriazione del territorio bergamasco (10). E ciò in relazione a quanto supposto in recenti studi.

Se così fosse, anche la via per Sombreno, prolungamento naturale del cardo, risalterebbe nella regolarizzazione centuriata delle terre adiacenti.
Alcuni ritrovamenti d'epoca romana e l'aiuto della toponomastica locale, ovvero l'indicazione circa la presenza di famiglie riconducibili all'area di Piacenza, sembrerebbero avvalorare questa ipotesi, testimoniando quindi l'esistenza di insediamenti romani presumibilmente impostati sulla centuriazione.

E' lecito dunque chiedersi se esisteva una centuriazione nella piana di Almè. Le tracce rilevabili all'oggi sono piuttosto esili ma, osservando i catasti ottocenteschi si intravede una suddivisione dei terreni perpendicolare alla direttrice sopracitata, seguita dai luoghi ritenuti presenti in epoca romana:
Motium, Scanum, Ossanisga e Palatina.


Dal catasto ottocentesco. In generale i sistemi di misurazione e valutazione dei possedimenti risultano essere molto spesso tra gli elementi portanti su cui si basa una ricostruzione storica. Questo vale in particolare nel caso di Almè, sia per la questione della omonimia con Almenno (la già citata definizione Lemene), sia per la carenza di memorie storiche locali

Almè, mappa catastale del periodo Lombardo-Veneto, primo rilievo (Archivio di Stato di Milano) 


Si potrebbe quindi scorgere una divisione particellare che suscita particolare attenzione individuando due diversi orientamenti.


  Particolare della carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un'ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti)

Il primo, continuativo a quello presente nella piana sottostante, sarebbe individuabile sia in una griglia particellare nell'area presumibilmente occupata dall'antico vico Larno, sia lungo l'asse che da Sud conduce alla strada della Regina nel sito anticamente detto 10 Pertiche.

Il secondo, comprendente l'abitato di Lemene ed i terreni e SE, sarebbe invece impostato secondo la direttrice della Strada della Regina.
Verso Nord, la presenza dei toponimi corobiolo e agro nonchè del centro di Villa Lemene ci potrebbero indicare un prolungamento della centuriazione fino alla base collinare.


NOTE
(1) La comunità di Almè ed il suo territorio, fino a quasi tutto il XVI secolo, sono sempre stati indicati nei documenti con il nome LEMINE o LEMENE, esattamente come la vicina comunità di Almenno, stabilita sull'opposta riva del fiume. Per questo, l'analisi di ogni documento relativo alle due comunità, presuppone un laborioso accertamento che possa stabilire con sicurezza a quale di esse si riferisca il documento in questione.
(2) Secondo il Rota (Origine di Bergamo, lib. III) "dun" è un'espressione che nel linguaggio gallico significa "colle o monte"; nella Gallia oltremontana si hanno infatti numerosi esempi di città situate in luoghi elevati i cui nomi finivano in "dun", che poi i latini modificarono in "dunum".
(3) La cultura di Golasecca, civiltà sviluppatasi nella regione dei laghi lombardi, tra il Po e l'arco alpino, si trovava in posizione di rilievo nei rapporti economici tra la civiltà etrusca e, oltralpe, quella celtica. Tale situazione, oltre al naturale sviluppo di una rete viaria locale, favorì il formarsi di direttrici di traffico comprese in lunghe rotte commerciali, sulle quali si attestarono anche centri urbani quali Como (nel V secolo punto di mercato in cui si incontravano gli itinerari commerciali fra i popoli transalpini e quelli dell’Etruria centro Italica), Bergamo e Brescia. Tra queste, vi erano quelle definite come la Transalpina e la Pedemontana. La Transalpina, in direzione NO-SE, congiungeva la valle del Reno con Felsina e l'area del Mincio seguendo il tracciato passo di S. Bernardino - Bellinzona - Canton Ticino - Como - Brembate - Fiume Mincio e Mantova. La Pedemontana, in direzione E-O, metteva in comunicazione Como, centro nodale per l'accesso a Nord, con Brescia via Bergamo (De Marinis annota che da Bergamo il tracciato forse si divideva in due direttrici: "a nord attraverso la valle S. Martino si perveniva a Chiuso e quindi a Lecco....a sud seguendo il corso del Brembo si poteva passare l'Adda all'altezza di Brembate e di Trezzo" e quindi proseguire per Como - cfr. R.C. De Marinis, 1995, p.4 -).
Altre vie ipotizzate erano quelle che seguivani i corsi dei principali fiumi quali l'Adda, il Serio, l'Oglio, nonchè le valli Seriana e Cavallina e, infine, un tracciato tradizionalmente usato per la transumanza attraversante Crema - Mozzanica - Bariano - Morengo - Cologno - Urgnano - Zanica. Da qui si ipotizza una biforcazione conducente ai pascoli subalpini, verso Est, in valle Seriana e, verso Ovest, in valle Brembana.

(4) Fra il III e il II sec. a.C. si assiste a una decisa penetrazione romana verso Nord. La necessità di un controllo di un territorio più ampio e l'introduzione di una politica intesa al dominio disciplinato delle popolazioni autoctone viene attuata dalla repubblica romana mediante l'imposizione di nuovi tracciati, la razionalizzazione di quelli esistenti, e l'applicazione del sistema di centuriazione. In area lombarda si favorirono i collegamenti di pianura. Questi privilegiavano i percorsi da Milano verso Novara, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Bergamo e Como.
(5) Alle pendici della collina di Castra, sono venuti alla luce i resti di di un acquedotto di epoca romana, il cui impianto idrico consisteva in un condotto in calcestruzzo con sezione ad "U", privo di copertura, della lunghezza di circa 2 km, che prelevava l’acqua da una cascata portandola fino alla forcella di Castra.
(6) Man mano i Romani avanzavano verso il nord Italia, la reazione tenace dei Celti fu domata dopo 5 anni di aspra guerra; le ultime due resistenze, specie nelle valli, furono fiaccate dal console Valerio nel 196 a. C.. Cosicché Roma portò oltre il Po la sua potenza ed il nostro territorio fu certamente latinizzato (in sequenza le vittorie furono: 222 a.C. sull'Oglio, 199 a.C. sul Mincio, 198 a.C. a Como, 196 a.C. a Milano (Cfr. P.Manzoni, Lemine dalle origini al XVI secolo, Bergamo 1988, p. 19).
(7) Nel Bergamasco i confini non dovevano inizialmente oltrepassare le cime dell'Albenza, del Resegone e del Canto Alto.
Nel I sec. a. C. le vittorie sui Galli (in sequenza le vittorie furono: 222 a.C. sull'Oglio, 199 a.C. sul Mincio, 198 a.C. a Como, 196 a.C. a Milano (Cfr. P.Manzoni, Lemine dalle origini al XVI secolo, Bergamo 1988, p. 19) estesero la presenza romana nelle nostre zone portando una sorta di stabilità: nell'89 a.C. fu esteso il diritto romano alle città indigene transpadane, nel 49 a.C.
Bergomumdivenne municipium (Il “municipio” romano era diviso in distretti, a loro volta suddivisi in più piccoli insediamenti, dislocati in particolare lungo le vie romane nei punti strategici e militari.
Fu solo nel 43 a.C. quando le valli orobiche vennero assoggettate al dominio romano liberando tutta la fascia collinare dai rischi delle intemperanze degli avversari più irriducibili, che cominciò una lenta penetrazione dei coloni, insieme alla romanizzazione della popolazione locale e allo sfruttamento delle terre conquistate. 
Questa colonizzazione si concretizzava con la formazione di nuovi insediamenti, nuclei o edifici sparsi di carattere rurale, o con l'integrazione di quelli esistenti, in particolare in quelli situati nei punti strategici e militari.
(8) Silvano, dio romano forse assimilabile ad una divinità agreste celtica Cfr. M. Vavassori (a cura di), Le antiche lapidi di Bergamo e del suo territorio. Materiali, iscrizioni, iconografia, in "Notizie archeologiche bergomensi", n. 1, 1993, pp. 145-146.
(9) E' importante, a tale proposito, precisare che le direzioni delle vie principali che si dipartono (e convergono) dalle antiche porte della città, furono fissate già dai tempi antichi, almeno dal periodo romano, quando le probabili porte della cinta romana, erano, così come oggi, orientate secondo quattro punti principali (in qualche modo riconducibili ai quattro punti cardinali) che si aprivano verso Milano, Brescia, Como e la Valle Seriana, corrispondenze che furono poi confermate dalle aperture principali di quella medievale e poi fissate in quelle della fortezza veneta: Porta S. Alessandro - verso Ovest -, Porta S. Giacomo - verso Sud -, Porta S. Agostino - verso Est -, Porta S. Lorenzo - verso nord.
(10) "Conseguentemente all'ammissione dello ius Latii (89 a.C.), iniziò la centuriazione del territorio bergamasco. Studi precedenti hanno individuato due fasi distinte: la prima, interamente compresa nell'area pianeggiante del territorio, riferibile all'epoca dell'ammissione, la seconda, in parte sovrapposta alla precedente, realizzata in epoca augustea in una situazione meglio definita militarmente. Seguendo le indicazioni del Tozzi la prima centuriazione venne orientata secondo l'asse Spirano-Stezzano. In seguito la Cantarelli ha ipotizzato come Cardo massimo, il tracciato di riferimento per la prima centuriazione, l'antica via Bergamo-Crema - anticamente usata per la transumanza - passante per Verdello e identificata dal Tozzi come cardo XX: Se così fosse, anche la via per Sombreno, prolungamento naturale del cardo, risalterebbe nella regolarizzazione centuriata delle terre adiacenti" (Gritti, op cit.)


Un contributo fondamentale
A cura di Andrea, Luigia e Pietro Gritti, "Almè, l'antico nucleo e il territorio", 1997.


@ Per la comprensione dell'analisi dei sistemi centuriati, rimando alla lettura del post (in questo blog): L’armatura storico - culturale del territorio bergamasco dalla preistoria al Medioevo. In particolare le postille a piè di pagina contrassegnate da asterischi ("Appunti").


Un ringraziamento alla gentilissima signora che ha aperto a Maurizio i cancelli del suo cortile, postazione ideale per gli scatti fotografici presenti nel post.

*I Reportage di Maurizio Scalvini sono anche in
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